Sabato 19 Dicembre 2009 15:59
Il Veneto versa in una crisi economica alla quale non era preparato, prima di tutto psicologicamente. La paura più grande di Noi Veneti è sempre stata, negli ultimi 30 anni a questa parte, quella di tornare ad essere poveri. Sarebbe, per molti, una beffa, soprattutto dopo essere stati “modello” di sviluppo economico e regno dell’opulenza ostentata ed esaltata.
Questo, però, dimostra in modo evidente quanto i valori e i fondamenti della nostra tradizione siano già stati devastati da noi stessi (e non, come ci raccontano certi leghisti, per colpa dell’Europa, di Roma o degli immigrati). La rete della solidarietà e della socialità in Veneto ha come riferimento, dal 1700 fino a 40 anni fa il mondo della Chiesa con la centralità assoluta della parrocchia su qualsiasi altro ente. L’Impero Austroungarico e lo Stato Italiano non sono mai riusciti ad avere il controllo del Veneto se non tramite la Chiesa.
La rete sociale della Chiesa è stata, quindi, la costruttrice di tutte le reti di solidarietà sociale, civica, umana e il motore dello sviluppo economico. Lo sviluppo, quindi, e la necessariamente legata secolarizzazione di noi Veneti ci ha fatto dimenticare sia gli elementi positivi che quelli negativi dell’esperienza sociale e culturale promossa dal mondo ecclesiastico.
Ci siamo dimenticati, in maniera particolare, di un’etica della comunità, della necessità di una vita che sia costruita su relazioni forti, su un senso di appartenenza che non debba essere ostentato bensì vissuto. Quando in un popolo trionfa il tradizionalismo più becero, rappresentato dalla Lega, significa che le tradizioni migliori si stanno dissolvendo e si cerca rifugio nella difesa identitaria nata solamente per opposizione a qualcosa (immigrati, Europa) e non per la forza intrinseca della propria storia. Più si parla di identità veneta più è evidente che la stiamo perdendo nelle piccole cose quotidiane, con il nostro territorio devastato dall’esplosione urbanistica senza programmazione, con il nostro agire sempre meno orientato a tessere socialità e sempre più orientato a rafforzare il nostro individualismo ed egoismo. Quando eravamo puareti e veramente veneti nessuno ci doveva spiegare quale era la nostra identità e allo stesso tempo nessuno ci raccontava come il territorio degli “schei” e dell’egoismo.
Al leghismo montante si oppongono in tanti ma non sono coordinati. In primo luogo i tantissimi cittadini che sfidano la crisi economica con parsimonia e attenzione. Sicuramente, poi, gli imprenditori che cercano di superare questo brutto periodo partendo dall’innovazione e dal miglioramento del loro fare impresa, come nella migliore tradizione veneta. La rete dei Sindaci progressisti delle città grandi, medie e piccole del Veneto. L’impegno di sindacati e categorie economiche impegnati a costruire opportunità per uscire dalla crisi economica. Non ultima, la parte migliore del cattolicesimo (e lo dico da agnostico convinto), memore della storia degli ultimi 300 anni del Veneto, capace di comprendere mutamenti sociali di base e alla ricerca di una modalità per armonizzarli e comprenderli.
Auspico che le forze politiche che amano il Veneto, tra le quali ovviamente non ci sono coloro che basano il loro successo elettorale sullo sfruttamento dell’odio e sulla divisione, possano trarre questi insegnamenti da sindaci, sindacati, mondo cattolico di base per porli al centro di un progetto per un Veneto moderno, solidale e capace di innovarsi, come è sempre stato storicamente.
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